Con la nuova legge numero 92/2012, cosiddetta legge Fornero, le controversie di lavoro che hanno ad oggetto il licenziamento sono state sottoposte ad un  doppio termine di decadenza: impugnazione entro 60 giorni, deposito del ricorso avanti il tribunale entro i successivi 180 giorni.

Questi termini sono termini perentori. La loro inosservanza comporta la decadenza definitiva dall'azione, con l'impossibilità di poter far dichiarare la illegittimità del licenziamento.

Questi termini si applicano sia alla piccola impresa, che occupa meno di 16 dipendenti, che alla impresa che occupa più di 15 addetti.

Il licenziamento dell'impresa che occupa più di 15 addetti deve essere impugnato con un rito   specialissimo che si snoda in 4 fasi (fase sommaria, fase di opposizione, reclamo avanti la corte di appello, ricorso in cassazione). Il licenziamento, invece, dell'impresa che occupa meno di 16 dipendenti si svolge con il rito ordinario del lavoro che prevede i normali 3 gradi di giudizio (tribunale, corte d'appello, cassazione).

Che cosa succede nel caso in cui si proponga  erroneamente l'azione con il  nuovo rito specialissimo quando invece occorreva proporre l'azione con il rito ordinario?

Questo errore può comportare la decadenza di proporre l'altra e  diversa azione nel caso in cui siano già decorsi i 6 mesi per la proposizione dell'azione.

Al fine di evitare ogni rischio processuale, è opportuno, nelle zone grigie, in cui non si sa con certezza quale sia il rito  che si debba applicare, ricorrere ad un doppio binario: proporre il ricorso con il rito specialissimo che ha la domanda di reintegrazione nel posto di lavoro (stabilità reale) e in subordine depositare, entro i 6 mesi previsti a pena di decadenza, un altro ricorso con il rito ordinario che ha solo la domanda del risarcimento del danno (stabilità obbligatoria). In questo modo pacificamente si evita ogni decadenza.