Nella primavera del 2015, la sezione lavoro del Tribunale di Milano ha organizzato un convegno nell'aula magna del palazzo di giustizia, sul contenuto degli atti giudiziari tra la sintesi e l'efficacia.

In quell'assemblea, tra magistrati e avvocati, è stata decisa la creazione di una commissione mista di studio, fortemente voluta dal presidente della sezione lavoro del tribunale dott. Pietro Martello.
Questa commissione di studio ha  elaborato due documenti con le cose da fare nella predisposizione di un atto e le cose da evitare.
Il problema della prolissità degli atti è diventato drammatico con la rivoluzione informatica. Adesso scrivere comporta una fatica ben minore rispetto a prima. Ma la fatica di chi deve leggere è rimasta sempre la stessa. 
Moltiplicare in modo inutile le pagine degli atti significa ingolfare gli uffici giudiziari, appesantire il processo telematico e intralciare le stesse attività degli avvocati avversari. Chi scrive tanto, e inutilmente, non ha rispetto degli altri e di se stesso ma soprattutto danneggia se stesso, perchè rende più difficile la comprensione del proprio atto e delle proprie ragioni.
Nella predisposizione degli atti occorre, come diceva il titolo del convegno,  avere sintesi ed efficacia. Quella sintesi ed efficacia proprie dello scrivere di Giulio Cesare nel De Bello Gallico con il suo "veni, vidi, vici" o di Manzoni che, nel narrare la licenziosa condotta della monaca di Monza, si limitò semplicemente a dire "E la sventurata rispose".

Vogliamo contribuire alla divulgazione virtuosa dello scrivere sintetico e al contempo efficace, divulgando i documenti della commissione mista magistrati e avvocati che vi offriamo in lettura.

Innanzitutto potete leggere la  Descrizione delle linee Guida fornite dalla commissione mista magistrati - avvocati.

Vi offriamo, poi, in lettura il documento su  Le cose da fare

e il documento su LE COSE DA NON FARE

 

 

 

 

 

 

DAL CODICE DEONTOLOGICO FORENSE

Trovato in Francia un codice di Leonardo da Vinci - Storia Notizie.

PREAMBOLO

L’avvocato esercita la propria attività in piena libertà, autonomia ed indipendenza, per tutelare i diritti e gli interessi della persona, assicurando la conoscenza delle leggi e contribuendo in tal modo all’attuazione dell’ordinamento per i fini della giustizia.

Art. 7 – Dovere di fedeltà.

È dovere dell’avvocato svolgere con fedeltà la propria attività professionale.

Art. 9 – Dovere di segretezza e riservatezza.

È dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto sull’attività prestata e su tutte le informazioni che siano a lui fornite dalla parte assistita o di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato.

I. L’avvocato è tenuto al dovere di segretezza e riservatezza anche nei confronti degli ex-clienti, sia per l’attività giudiziale che per l’attività stragiudiziale.

II. La segretezza deve essere rispettata anche nei confronti di colui che si rivolga all’avvocato per chiedere assistenza senza che il mandato sia accettato.

III. L’avvocato è tenuto a richiedere il rispetto del segreto professionale anche ai propri collaboratori e dipendenti e a tutte le persone che cooperano nello svolgimento dell’attività professionale.

 Art. 10 Dovere di indipendenza.

Nell’esercizio dell’attività professionale l’avvocato ha il dovere di conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti esterni.